Realta'
osteria bar Lugano - Morcote
dicembre 2006
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Parte da una finestra affacciata sul lago l’idea di costruire un progetto fotografico “a vista d’occhio”. La finestra è quella della nostra abitazione di Morcote dalla quale l’occhio misura i circa 170 metri che collegano gli ultimi lembi della Riva dal Garavel alle prime dimore nobili della Riva dal Drera. La realtà è quella che scorre davanti ai nostri occhi, consolidata dal quotidiano succedersi di suoni, colori, odori e a cui la mente associa il rassicurante significato di “casa”. Ma provando giorno dopo giorno a guardare con occhi diversi fuori dalla nostra finestra, il dubbio ha lentamente preso il sopravvento, fino a che abbiamo iniziato a domandarci se quella la fuori fosse davvero la realtà oppure piuttosto un complesso costrutto che aveva finito per nasconderne ai nostri occhi la vera natura. Forse in quel momento abbiamo davvero capito come l’umano bisogno di certezze tenda a rubarci, giorno dopo giorno, la voglia di esplorare, di capire, di cercare dentro le cose e le persone. E allora siamo partiti, per un viaggio ideale alla ricerca di quella probabile realtà perduta o forse dell’unica realtà possibile, quella dell’incerto, del velato, dello sfuggente, dell’attimo, della sensazione senza riscontro, della percezione soggettiva dalle infinite sfaccettature. Una volta scesi dalla finestra alla riva, il nostro punto di osservazione è cambiato ed immediatamente è mutata anche la sensazione di tangibilità che fino ad allora credevamo assoluta. Essa era divenuta ora dettaglio, ora porta d’accesso verso altri mondi, altrettanto reali quanto la realtà che li conteneva, impossibili da afferrare dalla nostra prospettiva originaria divenuta ormai arcaica. Abbiamo percorso la nostra riva per quella stessa lunghezza che misuravamo dall’alto, entrando e uscendo da questo microcosmo senza volerlo per forza analizzare ma limitandoci a “sentirlo” emotivamente, fissando sui sensori dei nostri apparecchi fotografici solo luci, ombre, sensazioni, percezioni, mai dettagli nitidi, mai certezze. Unico legame con la realtà primitiva il fatto di proporre come risultato del viaggio 17 immagini, o meglio visioni, figlie in senso cabalistico di quei 170 metri che erano intanto diventati nella nostra nuova coscienza 1.700 universi o forse 17.000 non realtà, forse 170.000 viaggi o forse 1.700.000 incertezze. Consapevoli del fatto che avremmo creato 17 realtà apparenti che sarebbero cambiate infinite volte dopo il nostro scatto, abbiamo scelto di lasciare poche tracce. La decisione non casuale di utilizzare apparecchi digitali ci ha permesso di fluttuare nel nulla fino al momento della stampa, ignorando la concretezza della pellicola che in qualche modo avrebbe ancorato le nostre realtà apparenti al dramma della riproducibilità. Le immagini sono state stampate quindi in copia unica utilizzando carte e inchiostri fine-art e questa è l’unica concessione al concreto che abbiamo lasciato a quei 17 irripetibili istanti. Le elaborazioni originali sono state alla fine distrutte, restituite al nulla da cui erano venute e a cui, forse, anche tutti noi apparteniamo.
